Le rivoluzioni di Napoli

SULLE TRACCE DELLA NAPOLI OTTOCENTESCA

Partendo da Piazza dei Martiri, con il suo monumento che celebra i caduti delle rivoluzioni napoletane, con questo itinerario si vuole accompagnare il turista in un viaggio attraverso i luoghi-simbolo delle lotte risorgimentali napoletane.

Da Piazza dei Martiri al Duomo, da Castel Sant’Elmo alla Certosa di San Martino, da piazza Monteoliveto a piazza del Plebiscito: sono molti e diversi, ricchi di fascino storico ed artistico, i luoghi che il turista osserverà, in questo itinerario tra le strade di una delle città più belle del Mezzogiorno d’Italia e del mondo.

Nel 1789 anche a Napoli giunsero allarmanti notizie sulla Rivoluzione in Francia. A corte si temeva un dilagare delle idee rivoluzionarie e pertanto si ordinavano severe perquisizioni e censure sopra le stampe e i pamphlets che furtivamente circolavano. Il 3 novembre venne emesso un decreto che vietava le organizzazioni segrete e reprimeva i movimenti massonici.

Le notizie sulle terribili esecuzioni dei Reali di Francia, Luigi XVI e Maria Antonietta, toccarono molto profondamente l’animo dei sovrani, ed in particolare quello della regina Maria Carolina, sorella della regina di Francia. Questi avvenimenti certamente impressero un’accelerazione all’adesione napoletana alla prima Coalizione antifrancese e ad una più stretta alleanza con l’Inghilterra.

Nel giugno del 1794 si tenne a Napoli il primo gran processo per giacobinismo e propaganda. La Giunta di Stato esaminò caso per caso le accuse e il 3 ottobre 1794 emanò la sentenza: 3 condanne a morte (Vincenzo Vitalini 31 anni, Vincenzo Galliani 24, Emanuele de Deo 21), 3 carcerazioni (due a vita ed uno a 25 anni per Annibale Giordano) e altre pene (esilio perpetuo o temporaneo, custodia fiduciaria o sotto cauzione). Le condanne capitali furono eseguite il 18 ottobre dinanzi al Castelnuovo.

Il successo militare napoletano del 1798 contro la Repubblica romana durò molto poco e si disciolse non appena intervennero in soccorso della Repubblica sorella le truppe francesi. Questa vittoria determinò i Francesi ad una decisa controffensiva e accese le speranze dei tanti giacobini ed esuli napoletani, che invitarono i primi ad irrompere nei confini del Regno di Napoli. Alla notizia della rapida avanzata francese i sovrani Ferdinando e Maria Carolina si decisero ad abbandonare Napoli la sera del 23 dicembre del 1798.

A Napoli, dopo la partenza dei Reali per la Sicilia, i repubblicani e i giacobini tentarono a fatica la sollevazione popolare, ma trovarono delle forti resistenze nei cosiddetti lazzari, che si diedero a violenti saccheggi ed assalti alle case dei presunti giacobini: durante una di queste incursioni, il 19 gennaio, vennero trucidati davanti al Palazzo Filomarino della Torre i fratelli Ascanio e Clemente Filomarino.

Mentre le truppe francesi guidate dal generale Championnet si avvicinarono a Napoli, i lazzari, di fronte all’impossibilità di assicurare una difesa della città, disarmarono le guarnigioni del ponte della Maddalena. Sotto i tiri dei cannoni del Castel Sant’Elmo, ancora nelle mani dei realisti, gli scontri avvennero lungo tutto il perimetro delle mura cittadine, che divennero autentici campi di battaglia.  Il 20 gennaio, giacobini e repubblicani riuscirono con uno stratagemma a prendere il forte di Sant’Elmo e proclamarono la nascita della Repubblica napoletana. I cannoni questa volta furono diretti sulle postazioni dei lazzari, che, attaccati anche dall’interno da bande di studenti e repubblicani, furono sopraffatti dai reparti francesi. Il 23 gennaio, infine, Championnet entrò in città.

Il governo repubblicano, però, fu di breve durata. L’opposizione antifrancese si riorganizzò e grazie al fondamentale appoggio dei lazzari riuscì, con l’Esercito della Santa Fede, capeggiato dal cardinale Fabrizio Ruffo, a riconquistare la città nel giugno del 1799. Con l’istituzione di un tribunale presso il monastero di Monteoliveto, si inaugurò la politica di epurazione borbonica, tra esecuzioni capitali ed esili forzati.

I moti napoletani del 1820 si generarono in seno alla Carboneria. Dopo alcuni disordini a Salerno e a Sessa, ma ancor più dopo la rivolta del 2 luglio del 1820 a Nola e ad Avellino, capeggiata dagli ufficiali militari Michele Morelli e Giuseppe Silvati, con il soccorso del generale Guglielmo Pepe, si chiese a gran voce l’adozione della Costituzione spagnola del 1812. La rivolta si estese poi a Palermo, dove alle spinte costituzionalistiche si aggiunsero le antiche e mai sopite istanze indipendentistiche. Il re Ferdinando I affidò quindi la Reggenza al Principe ereditario Francesco e, mentre dilagavano i circoli carbonari in gran parte del paese, assistette, senza potersi opporre apertamente, alla formazione di un Parlamento nazionale su base elettiva con cui avrebbe dovuto condividere i suoi poteri, come prevedeva la costituzione. Il Parlamento napoletano, composto da 72 deputati eletti in tutte le provincie, si riunì la prima volta la mattina del primo ottobre 1820 nella Basilica dello Spirito Santo.

Le potenze della Restaurazione, preoccupate dall’esperimento costituzionale che stava nascendo nel Regno delle Due Sicilie, invitarono il re a convegno a Lubiana, in territorio austriaco. Ottenuto un permesso dal Parlamento per poter partire, giunto a destinazione il sovrano chiese un intervento delle armate austriache nel Regno per ripristinare la situazione, rinnegando il giuramento fatto sulla costituzione del 1820.

Sconfitti dall’esercito austriaco sia il generale Carrascosa, sul fronte del Volturno, che l’esercito del generale Pepe, vero sostenitore del regime costituzionale, nella gola di Antrodoco presso Rieti, il fronte abruzzese cadde e si avviò repentinamente al tramonto la brevissima esperienza della monarchia costituzionale. Il 23 marzo 1821 le truppe austriache entrarono a Napoli, sospesero la costituzione e chiusero il Parlamento; sarebbero rimaste a presidiare la città fino al febbraio 1827.

Sulla scia dei moti scoppiati a Palermo nel gennaio del 1848, che chiedevano maggiore indipendenza per la Sicilia e la concessione della costituzione del 1820, il 27 gennaio a Napoli si accese la rivoluzione. Due giorni dopo, il re Ferdinando II, concesse la carta costituzionale, che fu promulgata l’11 febbraio.

L’inizio della Prima Guerra d’Indipendenza, l’intervento di Carlo Alberto contro l’Austria, animarono poi i liberali e i radicali napoletani, che invocarono un intervento dell’esercito napoletano al fianco dei Piemontesi e contro gli Austriaci. Il re apparve in un proclama desideroso di acconsentire ad un intervento armato dei Napoletani. Si decise l’invio di 6000 soldati. Ma l’opposizione del papa al conflitto convinse Ferdinando II a richiamare le truppe napoletane, giunte sulla linea del Po; soltanto il reggimento guidato da Guglielmo Pepe continuò l’offensiva contro l’Austria.

A Napoli, intanto, alla vigilia dell’insediamento del Parlamento napoletano, presso il Monastero di Monteoliveto, si accese una polemica sulla cerimonia inaugurale. Secondo i più radicali l’apertura dell’assemblea non sarebbe dovuta coincidere con il giuramento del sovrano sulla Costituzione, che avrebbe reso quello statuto non più modificabile. Alcuni deputati più radicali, infatti, premevano per modificare il testo in una versione più “democratica” e meno elitaria.

A causa di questi reclami e all’inasprimento dei toni tra il sovrano e i deputati più oltranzisti, nella notte tra il 14 e il 15 maggio del 1848 furono preparate barricate lungo l’asse di Toledo e i vicoli circostanti. La miccia si accese repentina quando dalle barricate furono esplosi dei colpi che uccisero due soldati regi. L’insurrezione provocò 46 morti e 200 feriti tra i soldati, e non meno di 100 morti e 500 feriti tra i civili. La giornata del 15 maggio fu giudicata dall’opinione pubblica liberale e democratica, in Italia e all’estero, come un colpo di Stato reazionario di Ferdinando II di Borbone.

Il Re sciolse quindi il Parlamento e la Guardia Nazionale, e proclamò lo stato d’assedio e il disarmo della popolazione. Si indissero nuove elezioni il 15 del mese successivo; dopo una prima seduta il 10 luglio, il nuovo Parlamento non fu più riunito e sciolto, definitivamente, nel marzo 1849. A partire da quel mese, riportata la situazione sotto controllo a Napoli, il sovrano si impegnò per spegnere le ultime resistenze siciliane: il 14 maggio 1849 Carlo Filangieri entrò e prese possesso di Palermo, concludendo l’esperienza rivoluzionaria.

Quando nel 1859 Francesco II salì al trono, la situazione politica del Regno era ormai irreversibile e avrebbe subito una violenta accelerazione da lì a poco. L’11 maggio 1860, infatti, sbarcò a Marsala Giuseppe Garibaldi che, a comando dei suoi Mille, in poco tempo conquistò l’intera Sicilia. A nulla valse l’estremo tentativo del re di riportare in vita con un atto sovrano la costituzione del 1848. A fine agosto Garibaldi arrivò in Calabria e approfittando delle defezioni e dei tradimenti in seno all’esercito borbonico, riuscì a risalire l’intera penisola.

Il 6 settembre Francesco II e la moglie Maria Sofia di Baviera lasciarono Napoli. Il giorno seguente il ministro dell’interno e capo della polizia, Liborio Romano, accolse alla stazione di Napoli Giuseppe Garibaldi, che così faceva il suo ingresso nell’antica capitale. Dopo un rispettoso omaggio alle Reliquie di San Gennaro in Duomo, il Generale, affacciandosi al balcone del vanvitelliano palazzo Doria d’Angri, al largo dello Spirito Santo (poi Largo 7 settembre), veniva acclamato dal popolo napoletano, annunciando l’annessione allo Stato Sabaudo del Regno delle Due Sicilie, di cui si era già proclamato Dittatore.

Mentre continuava la guerra tra italiani e napoletani lungo il fronte del Volturno, fu indetto, su pressione di Vittorio Emanuele II e del conte Camillo Benso di Cavour, un plebiscito di annessione. Il 21 ottobre del 1860, dal balcone della Foresteria di Palazzo Reale (oggi Palazzo della Prefettura), fu pronunciato l’esito del suffragio popolare e decretata quindi ufficialmente la richiesta di annessione al resto d’Italia da parte dei popoli meridionali. La toponomastica napoletana post-unitaria celebrò questo avvenimento sia con l’intestazione della Piazza del Plebiscito (già Largo di Palazzo), per essere stata sede di uno dei seggi elettorali di quella consultazione referendaria; che con il giardinetto di Palazzo Reale che volge verso piazza San Ferdinando, che fu intitolato nel 1861 Giardino d’Italia, al centro del quale, tra alberi di camelie e araucarie, fu collocata la colossale statua dell’Italia turrita e stellata in puro stile neoclassico.

La fine del Regno di Napoli. Documenti borbonici del 1859-60, a cura di R. Moscati, Firenze, 1960;

 

  1. ACTON, The Bourbons of Naples (Ed. Ita. I Borboni di Napoli (1734-1825), Cremona 1964;

 

  1. ACTON, The Last Bourbons of Naples (Ed. Ita. Gli Ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Cremona 1964;

 

  1. CROCE, Storia del Regno di Napoli, Bari 1965;

 

  1. CURATO, Il Regno delle Due Sicilie nella politica estera europea (1830-1860), Palermo 1995;

 

  1. SPAGNOLETTI, Storia del Regno delle Due Sicilie, Bologna 1997;

 

  1. DE LORENZO, Un Regno in bilico. Uomini, eventi e luoghi nel Mezzogiorno preunitario, Roma 2001;

 

  1. GALASSO, Storia del Regno di Napoli. Il Mezzogiorno borbonico e napoleonico (1734-1815), vol. 4, Torino 2006;

 

  1. GALASSO, Storia del Regno di Napoli. Il Mezzogiorno borbonico e risorgimentale (1815-1860), vol. 5, Torino 2007;

 

  1. MELLONE, Napoli 1848: il movimento radicale e la rivoluzione, Milano 2017

 

I protagonisti

Progetto FODOSA

finanziato dalla Regione Campania nell’ambito del POR Campania FSE 2014-2020

unione europea
repubblica italiana

Dipartimento di Studi Umanistici

Si ringrazia VIP COMPUTER di Vincenzo Petrizzo di Padula.

Responsabile progetto: Ermanno Battista