La reazione del Vulture-Melfese

COMINCIA L’INSURREZIONE ARMATA

Il 15 aprile 1861 Carmine Crocco, un umile pastore di Rionero in Vulture entrava trionfalmente a Melfi annunciando la costituzione di un “governo provvisorio” borbonico, dopo aver sbaragliato le guarnigioni del neonato esercito italiano e occupato militarmente numerosi paesi della regione del Vulture.

Era questo l’inizio del cosiddetto “grande brigantaggio”, la più grave emergenza dell’Italia unita.

Luoghi, uomini e frammenti di storia della prima e vera azione in grande stile del noto “generale dei briganti” tracciano un itinerario che, dal castello di Castel Lagopesole ai laghi e ai boschi di Monticchio, passando per le zone al confine tra la provincia di Potenza e quella di Avellino, lungo il fiume Ofanto, dona al visitatore la possibilità di scoprire uno dei territori più suggestivi della Basilicata.

La mattina del 7 aprile 1861 le bande brigantesche guidate da Carmine Crocco di Rionero in Vulture, entrarono ed occuparono il paese di Lagopesole.

Con quell’azione iniziava la grande reazione brigantesca della primavera del 1861, che rappresentò uno dei momenti più importanti del cosiddetto “brigantaggio”.

La banda era composta, oltre che da Crocco, dai suoi più fedeli luogotenenti, tra cui Giuseppe Nicola Summa (detto Ninco Nanco), Vincenzo Mastronardi e Michele La Rotonda.

Le truppe italiane non si fecero trovare impreparate di fronte a questo evento; guardie mobili di Avigliano e di Rionero, fin da subito, si mossero verso Lagopesole. La banda, guidata da Crocco, decise, allora, di lasciare il paese e ripiegare verso Ripacandida e Ginestra. Così, nella notte tra il 7 e l’8 aprile, Crocco e i suoi uomini assalirono la Guardia Nazionale di Ripacandida, uccidendone il capitano, Michele Anastasia. Lo stesso Crocco avrebbe ricordato, anni dopo quegli eventi, che il cadavere del capitano Anastasia «trascinato per le vie venne portato innanzi all’abitazione della famiglia sua, mentre la folla ne saccheggiava la casa». Terminato il saccheggio, vennero issate le bandiere bianche, istituito un governo provvisorio e proclamata la restaurazione della monarchia borbonica. Medesima sorte toccò al paese di Ginestra e a quello di Barile, verso il quale la banda si mosse.

La violenza e la rapida marcia dei briganti necessitavano di una ferma risposta da parte delle truppe italiane. Il sotto intendente Decio Lordi raggiunse Rionero e da qui decise di puntare verso Ripacandida. 

Mentre le milizie italiane si organizzavano, Crocco, occupati i centri più piccoli del Melfese, decise di puntare verso alcuni dei più importanti centri della zona. Il primo fu quello di Venosa, cittadina difesa da un consistente numero di soldati. Queste, tuttavia, decisero di lasciare la città per dirigersi verso Ripacandida, venendo sorprese dall’arrivo delle truppe di Crocco. Alcuni abitanti aprirono le porte ai briganti, che così, entrati all’interno della cittadina, iniziarono il saccheggio: furono aperte le carceri, bruciati gli archivi, saccheggiate le casse comunali e fu ucciso anche un vecchio liberale, Francesco Saverio Nitti. Nel corso della razzia fu risparmiato il palazzo della famiglia Rapolla, i cui membri favorirono la resa delle truppe rimaste nel Castello.

Lasciata Venosa la banda si mosse verso Lavello, paese nel quale entrò, senza incontrare alcuna resistenza, il 14 aprile 1861. I briganti, con l’appoggio del popolo, si diedero al saccheggio dei palazzi signorili e delle casse comunali. Terminata la razzia, le bande lasciarono il paese e si avviarono verso Melfi.

Qui era già scoppiata la reazione. Infatti, non appena il sotto intendente Decio Lordi si allontanò dalla città, lasciandola senza difese, i borbonici locali aizzarono la folla. Il primo atto della popolazione inferocita fu quella di attaccare il municipio: tutti i registri, i mobili, i ricordi storici vennero distrutti. Successivamente le stesse scene si ripeterono nel quartiere dove stanziava solitamente la Guardia nazionale. E, come ultimo atto, furono saccheggiati i palazzi gentilizi. Il 13 mattina il popolo elesse un governo provvisorio borbonico che il 15 accolse il generale dei briganti, Carmine Crocco. La banda stanziò a Melfi per tre giorni, fino a quando non giunse notizia che le truppe piemontesi, di stanza a Potenza, erano pronte a liberare Melfi. Il 18 aprile, dunque, Crocco lasciò Melfi. Il giorno dopo  le truppe guidate dal sotto intendente Decio Lordi entrarono in città, restaurando il governo liberale.

Vistasi respinta l’offensiva, Crocco prese la via dell’Ofanto, il fiume che segnava il confine tra il circondario di Melfi e quello di S. Angelo dei Lombardi, puntando sulla provincia di Principato Ulteriore.

Il primo paese ad essere occupato fu quello di Monteverde, dove i briganti entrarono il 19 aprile senza incontrare alcuna resistenza: anche qui, infatti, era già scoppiata una reazione sull’esempio di quella di Melfi. Entrati a Monteverde, i briganti compirono i soliti atti di violenza, assalendo e devastando in particolare la casa del sindaco. La banda però non rimase che un giorno in paese dato che la mattina del 20 una compagnia militare lasciò Melfi in direzione di Monteverde.

Costretti ad allontanarsi da Monteverde, i briganti si mossero verso Carbonara, oggi Aquilonia, già tristemente nota per i gravi fatti di sangue compiuti l’anno prima, in occasione del plebiscito del 21 ottobre 1860. Ma anche l’occupazione di Carbonara durò soltanto un giorno, per l’arrivo di nuovi soldati e guardie nazionali.

Lasciata Carbonara, la banda si avviò verso Calitri, dove sapevano di non incontrare resistenza; e, difatti, dopo aver passato la notte nelle masserie intorno Calitri, il 21 mattina la banda entrò trionfalmente in paese.

Venuto a sapere che numerose forze erano dirette verso Calitri, Crocco pensò di abbandonare il paese, ripiegando nuovamente verso Melfi, prendendo, però, la via verso Pescopagano. Essendo il paese difeso da moltissime truppe, la banda ripiegò verso S. Andrea di Conza.

Qui i briganti, giunti il 22 aprile, furono accolti dall’arcivescovo e ospitati all’interno del seminario. 

Venuto a sapere che la banda era stanziata in S. Andrea, il maggiore Francesco Bruno mosse verso i briganti lungo la sponda dell’Ofanto, sperando di coglierli in S. Andrea. Avvertito dell’arrivo delle truppe, Crocco nella stessa sera del 22 lasciò S. Andrea per tornare nuovamente verso Calitri. Ma qui la banda non ebbe l’accoglienza ricevuta il giorno prima, giacché il paese era stato già raggiunto dalle truppe del maggiore Bruno. Colta di sorpresa, la banda fu costretta a ripiegare e nascondersi nei boschi di Castiglione, presso Calitri, di Monticchio e di Lagopesole.

  1. Crocco, Come divenni brigante, Melfi, Tipografia Greco, 1903.
  2. Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Bari, Laterza, 1910
  3. Pedio, La Basilicata nel Risorgimento politico italiano: 1700-1871: saggio di un dizionario bio-bibliografco, Bologna, Forni, stampa 1975
  4. Del Zio, Melfi: le agitazioni del melfese. Il brigantaggio: documenti e notizie, Bologna, Forni, stampa 1975
  5. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Milano, Feltrinelli, 1979, 5a ed.
  6. Bourelly, Brigantaggio nelle zone militari di Melfi e Lacedonia dal 1860 al 1865, Bologna, Forni, stampa 1986
  7. Battista, Reazione e brigantaggio in Basilicata nella primavera del 1861, Melfi, Tarsia, stampa 1993
  8. Lupo, Il grande brigantaggio. Interpretazione e memoria di una guerra civile, in Annali Storia d’Italia, XVIII, Torino, Einaudi, 2002, pp. 465-502
  9. Lupo, L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, Roma, Donzelli, 2011
  10. Cinella, Carmine Crocco, Pisa, Della Porta, 2016;
  11. Pinto, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, Bari, Laterza, 2019

I protagonisti

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Responsabile progetto: Ermanno Battista