Da Palazzo Reale a Palazzo Farnese

LA FINE DI UN REGNO

Il 6 settembre 1860 il re delle Due Sicilie, Francesco II, lasciava la capitale del suo regno per rifugiarsi nello Stato Pontificio; a Roma visse, nel Palazzo Farnese, dal 1862 al 1870.

Questo interessante itinerario vuole illustrare, nella cornice storica del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, gli ultimi momenti cruciali della fine del Regno delle Due Sicilie, le ultime tappe di un percorso cronologico che porteranno al tramonto della dinastia regnante dei Borbone di Napoli e quindi all’estinzione della monarchia delle provincie del Mezzogiorno d’Italia.

Da Palazzo Reale, il luogo dal quale partirono i regnanti duosiciliani, a Palazzo Farnese, sede dell’esilio forzato: lungo le strade percorse dalla corte borbonica in fuga si scopriranno alcuni dei luoghi più belli ed affascinanti dell’intero Meridione.

A Napoli nell’estate del 1860 si vivevano giorni di profonda angoscia. Le notizie che giungevano dall’isola non erano affatto confortanti per il giovane re Francesco II e lasciavano presagire il peggio. Continue, infatti, erano le defezioni e i tradimenti, specialmente tra gli ufficiali delle armate di mare e di terra, e sempre più stringente appariva l’isolamento diplomatico delle Due Sicilie nello scacchiere europeo: l’Imperatore dei Francesi, quello dell’Impero asburgico, i sovrani di mezza Europa sembravano, infatti, alquanto poco inclini a intrecciare le loro sorti con quelle della causa legittimista.

In città le cose non sembravano andare meglio: il governo, nato dalla Costituzione che il Re fu costretto a concedere il 25 giugno, era dominato dalla figura del Ministro dell’Interno e della Polizia Liborio Romano. Le forti divisioni nella popolazione civile, tra i liberali e i reazionari, non erano sfociate in aperti scontri, ma la tensione era altissima, così come forti divergenze si erano create sia all’interno del governo costituzionale. Nella Marina borbonica, invece, il quasi totale ammutinamento dei suoi ufficiali lasciava ormai la capitale esposta ad un possibile attacco dal mare da parte di Garibaldi, interdetto solo dalla presenza nel Golfo di navi francesi e spagnole, che, almeno in apparenza, si mostravano alleate dei Borbone.

Tra le varie strategie difensive, messe sul tappeto dallo stato maggiore, prevalse quella di risparmiare alla città di Napoli gli effetti di una guerra e di approntare, invece, una linea di difesa, con i reparti dell’esercito rimasti fedeli ai Borbone, a nord della capitale, tra le roccaforti di Capua e Gaeta.  La coppia reale partì dal molo la mattina del 6 settembre del 1860.

Il giorno seguente alla partenza di Francesco II e della Regina Maria Sofia, Garibaldi entrò trionfalmente a Napoli in treno. Il suo arrivo era già stato annunciato nei giorni precedenti. Ricevuto da Liborio Romano a braccia aperte, il generale partecipò al Te Deum in Cattedrale e prestò omaggio alle reliquie di San Gennaro, così come gli consigliava l’opportunità politica. Il Dittatore dopo essere stato ricevuto alla Foresteria del Palazzo Reale, si affacciò dal balcone di palazzo Doria d’Angri in via Toledo, dove salutò la folla e istallò il suo quartier generale a Napoli.

Intanto, oltre la linea del Volturno si andava ricomponendo l’esercito reale e si predisponevano le misure necessarie non solo a resistere al nemico, ma anche a sferrare un decisivo attacco in direzione di Caserta, dove si trovava il grosso delle Camicie Rosse, e che avrebbe potuto far proseguire la marcia dei Napoletani verso la capitale.

L’esercito di Francesco II era posizionato su due fronti distinti e distanti; l’uno, a nord-ovest di Caserta, nelle vicinanze di Capua, sotto il controllo diretto del Re e del suo stato maggiore; l’altro, decisamente inferiore nel numero, a nord-est di Caserta, dalle parti di Dugenta e Amorosi.

Un primo assalto avvenne nelle prossimità del borgo medievale di Caiazzo e la vittoria riportata dai borbonici, nelle giornate del 19 e 21 settembre, sembrò rianimare il morale dell’esercito napoletano. Il fronte della guerra si allargò da Santa Maria Capua Vetere e Sant’Angelo in Formis, a San Leucio, sino a San Tammaro e a Carditello, così come sull’altro versante, si spaziò dalle alture di Castel Morrone, sino alla Valle di Maddaloni. Le sorti della battaglia, inizialmente favorevoli alle truppe borboniche si volsero invece, verso la fine, a vantaggio dei garibaldini, aiutati anche dal loro migliore coordinamento e dai soccorsi giunti in tempo sulla linea ferroviaria Caserta-Santa Maria C. V.

Fallito il tentativo di poter ancora marciare su Napoli, l’esercito di Francesco II si ritirò sul Garigliano, con la fortezza di Capua (dove era stata lasciata una guarnigione di 8000 soldati pronti a resistere all’assedio) a fare da testa di ponte del nuovo fronte di guerra.

Dopo l’affermazione garibaldina sul Volturno sentendo approssimarsi la vittoria finale e preoccupati di una possibile risalita di Garibaldi sino a Roma, Vittorio Emanuele II e Cavour, spinsero affinché venisse indetto un plebiscito nel Regno che legittimasse, agli occhi degli altri stati europei, un’invasione delle Due Sicilie. Il 21 ottobre del 1860, dal balcone della Foresteria di Palazzo Reale (oggi Palazzo della Prefettura), fu pronunciato l’esito del suffragio popolare e decretata quindi l’annessione delle provincie meridionali al resto d’Italia.

Il 26 ottobre del 1860, dopo una scaramuccia nel comune di Sessa, tra i reparti del generale piemontese Cialdini e i soldati Napoletani, nelle campagne di Teano, il Re Vittorio Emanuele incontrò Garibaldi, che riconobbe il Re Sardo come nuovo Re d’Italia e nelle cui mani pose tutti i poteri che aveva assunto da Dittatore sino a quel momento.

L’assedio di Capua ebbe inizio il 1 novembre e si protrasse durante tutta la notte. Il giorno dopo la cittadella capitolò.

Non restava altro che predisporre l’ultima difesa nella roccaforte di Gaeta. Furono tre lunghi mesi di assedio. Il 13 febbraio del 1861, nel salone della Villa del Principe di Caposele a Castellone di Mola, di proprietà privata del Re di Napoli e occupata da Cialdini e dal suo stato maggiore, fu firmata la resa di Gaeta dagli ufficiali rappresentanti dei due rispettivi eserciti.

Il giorno seguente, il Re Francesco e la Regina Maria Sofia, dopo aver salutato i fedelissimi soldati della guarnigione, si imbarcarono alla volta di Terracina.

Raggiunta Terracina, il Re e la Regina si portarono a Roma, dove il Papa Pio IX, memore dell’ospitalità ricevuta dal Re di Napoli nel 1849, accolse la coppia regale nel Palazzo del Quirinale, fino a quando la stessa e il suo seguito non si stabilirono nel loro più familiare Palazzo Farnese, dove vissero per tutto il tempo del loro esilio romano, dalla fine del 1862 al 1870.

  1. Acton, I Borboni di Napoli (1734-1825), Cremona, 1964;
  2. Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Cremona, 1964;
  3. Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari, 1965;
  4. De Cesare, La fine di un regno, Milano, 1969 [rist. anast. 1895];
  5. Curato, Il Regno delle Due Sicilie nella politica estera europea (1830-1860), Palermo, 1995;
  6. De Majo, Breve storia del Regno di Napoli da Carlo di Borbone all’Unità d’Italia 1734-1860, Roma, 1996;
  7. Spagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, Bologna, 1997
  8. De Lorenzo, Un Regno in bilico. Uomini, eventi e luoghi nel Mezzogiorno preunitario, Roma, 2001

Progetto FODOSA

finanziato dalla Regione Campania nell’ambito del POR Campania FSE 2014-2020

unione europea
repubblica italiana

Dipartimento di Studi Umanistici

Si ringrazia VIP COMPUTER di Vincenzo Petrizzo di Padula.

Responsabile progetto: Ermanno Battista