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Palazzo Doria d’Angri

La storia

Un ramo della famiglia Doria, di illustre nobiltà senatoriale e dogale genovese, pur conservando forti legami con la madrepatria, alla fine del XVI secolo si era trasferito nel Regno di Napoli ed era stato insignito di importanti feudi ed ascritto al patriziato napoletano, entrando a far parte a pieno titolo della nobiltà del Regno.

Il ricchissimo patrizio genovese e napoletano Don Marcantonio III Doria, Principe di Angri, Duca di Eboli, Conte di Capaccio, ecc., verso la metà del XVIII secolo, aveva acquisito due vecchi edifici cinquecenteschi sul finire della strada di Toledo, verso il largo del Mercatello, per costruirvici il palazzo di famiglia a Napoli. Nella mappa del Duca di Noja (1775) esso figura infatti come un’unica insula, incastonata nel riassetto urbanistico dell’intera area voluto da Carlo di Borbone (Foro Carolino), al limite delle vecchie e demolite mura vicereali (Porta Reale).

Nel 1760, alla morte di Marcantonio, che aveva assistito solo alle iniziali demolizioni delle preesistenti fabbriche, i lavori del palazzo di via Toledo vennero affidati dal figlio, principe Giovanni Carlo Doria, ad un ormai anziano Luigi Vanvitelli, celebre autore della Reggia di Caserta, che però, venendo anch’egli a mancare nel 1773, limitò la sua azione alla sola fase progettuale. Nella realizzazione dell’opera quindi subentrarono gli architetti Mario Gioffredo, allievo del Vanvitelli, e Ferdinando Fuga, e, infine, nel 1778 Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi, che tuttavia non volle alterare il progetto paterno originario, in ossequio al genio creativo del maestro.

Dal balcone centrale della facciata del palazzo, il 7 settembre del 1860 il Dittatore Giuseppe Garibaldi annunciò l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno Sardo, come ricorda tra l’altro la toponomastica del largo antistante (Largo VII Settembre, già Largo Spirito Santo).

Gli interni

La facciata del palazzo, gli interni delle scale e il cortile esagonale, in un misto di reminiscenze tardo barocche e di invenzioni neoclassiche, furono ultimati e rimaneggiati molti anni dopo, anche a causa di liti giudiziarie sorte con alcuni confinanti.

Pregevole al suo interno è la decorazione del boudoir e della grande Sala Ellittica, con affreschi di Costantino Desiderio e dei fratelli Fedele e Alessandro Fischetti, molto attivi a Napoli alla fine del ‘700 nelle decorazioni ad affresco dei palazzi nobiliari.

La galleria d’arte

Nel palazzo venne custodita sino ai primi anni del ‘900 un’importante collezione di dipinti (Tiziano, Rubens, Tintoretto, Ribera, ecc.), arazzi ed altri preziosi oggetti d’arte (tra cui la Sant’Orsola del Caravaggio, oggi nelle Gallerie di Palazzo Zevallos dell’Istituto San Paolo), che era appartenuta al principe Marcantonio III e che poi andò venduta interamente all’asta pubblica.

(http://www.gallerieditalia.com/it/napoli/ )

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