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Palazzo Filomarino della Torre

Il palazzo

Nel largo di San Giovanni Maggiore a Napoli, giusto difronte alla bellissima cappella in stile gotico-durazzesco della famiglia Pappacoda, dal sontuoso portale ogivale del Baboccio, si erge maestoso il palazzo che un tempo fu dei Filomarino Duchi della Torre.

La storia

Prima però di appartenere a questa importante famiglia patriziale napoletana esso fu del Duca di Grottola, Don Alonso Sanchez de Luna, che nel 1546, all’atto di ereditare dal padre la carica di Tesoriere Generale del Regno di Napoli, volle acquistare l’intera proprietà dal Vicerè Don Gonzalo Fernández de Córdoba, il celebre Gran Capitan, che vi possedeva delle strutture con annessi agrumeti che si estendevano sino al porto. Il Sanchez affidò quindi l’incarico di edificarvi una residenza per la sua famiglia a Giovanni da Nola, l’architetto e scultore a quel tempo più in voga a Napoli, la cui impronta è ancora oggi visibile nel cortile, nelle scale e nel complesso dell’originario edificio. I lavori iniziarono nel 1549 e terminarono solo con il figlio di Don Alonso seniore, omonimo e anch’egli Tesoriere Generale del Regno. Furono aperti due larghi, uno antistante il palazzo, dove sorgevano alcuni caseggiati, e l’altro nel lato opposto, per dare maggiore isolamento e rilevanza all’edificio, e fu creata una via di separazione dall’attigua chiesa di San Giovanni Maggiore, per far defluire le acque, dopo che un tremendo diluvio nel 1569 arrecò dei danni al palazzo. Don Alonso juniore completò quindi l’opera paterna aggiungendo un secondo piano all’edificio, dal cui appartamento del lato di mezzogiorno si godeva la vista del mare incorniciata da giardini ed agrumeti.

Il palazzo nella storia napoletana

Nel 1645 il palazzo fu venduto dagli eredi Sanchez de Luna al Cardinale Ascanio Filomarino, personaggio di primaria importanza non solo nella lista dei vescovi metropoliti di Napoli, ma nella storia civile e politica della città, in particolare durante la delicata fase della rivolta di Masaniello nel 1647. Il porporato, dopo aver ingrandito ed abbellito la magione, vi appose a mo’ di sigillo un imponente blasone familiare, coronato dal cappello cardinalizio. Il prospetto del palazzo voluto dal Cardinale, come appare anche nello sfondo del bel ritratto che il prelato commissionò a Massimo Stanzione (secondo alcuni al Domenichino), non si discosta dall’attuale conformazione. Per volontà testamentaria il palazzo passò al nipote del Cardinale, il Duca della Torre Don Ascanio Filomarino e a questa famiglia appartenne per più di un secolo e mezzo.

Nel gennaio del 1799, durante le concitate fasi della nascita della Repubblica Napolitana, la fuga dei Borbone in Sicilia e l’avvento delle truppe francesi guidate dal generale Championnet, il palazzo fu oggetto della rabbia dei popolani, i cosiddetti lazzari, che andavano assaltando le case dei sospettati di giacobinismo. Il Duca della Torre, Ascanio Filomarino, e suo fratello, l’abate Clemente, traditi dalla delazione di un loro servitore, furono stanati dal loro palazzo, fucilati ed i loro corpi arsi con della pece, mentre il loro palazzo veniva barbaramente saccheggiato ed incendiato. Furono distrutte l’importante biblioteca e la quadreria del Duca, molte opere d’arte che vi si contenevano e un ricco gabinetto di macchine scientifiche e reperti geologici vesuviani, oggetto di studio di uno dei fratelli Filomarino, la cui vicinanza al mondo intellettuale del riformismo illuminato fu scambiata per cospirazione filo-francese.

Il palazzo rimase d’allora in poi semi-disabitato, sino a quando nel 1820 Nicola Filomarino, Duca della Torre, lo alienò a Nicola Amalfi, che, dopo qualche anno, lo rivendette alla Compagnia di Commercio Forquet-Giusso, da cui lo rilevò il socio Luigi Giusso, il cui figlio conte Girolamo ne fece sede della propria banca. A quest’ultimo, che fu mecenate e direttore del Banco di Napoli, è dedicata la piazza al lato del palazzo.

Il palazzo oggi

Dagli anni ’30 del Novecento il palazzo è divenuto sede del Regio Istituto Orientale di Napoli, una delle più importanti ed antiche istituzioni culturali della città (l’antico Collegio dei Cinesi), oggi Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.

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